Archeologhe che (r)esistono: le peggiori d’Italia il 9 e 10 luglio a Siena


Sulla mia carta d’identità alla voce “Professione” c’è scritto archeologa.
Lo stupore della funzionaria comunale che qualche anno fa raccolse la mia imbarazzante dichiarazione, ricordo bene, era palpabile. Cosa farà mai un’archeologa, si sarà chiesta la ligia impiegata statale mentre con occhi sbarrati mi guardava, sperando che ci ripensassi. Scava buche in aperta campagna o nel giardino della propria abitazione alla ricerca di monete e tesori nascosti? Organizza spedizioni esplorative nel Sud dell’America o traversate del deserto? Gira film d’avventura e fantascienza come Indiana Jones?
Eppure nulla di tutto questo rientra nella categoria concettuale, politicamente corretta, di mestiere regolarmente retribuito e come tale riconosciuto e apprezzato dai più.
Nulla che potesse realmente persuaderla dell’opportunità di assecondare, senza troppe storie, la mia ferma volontà.

Il mio sguardo risoluto e niente affatto intimorito credo sia bastato, tuttavia, a farla desistere dal muovermi ogni qualsivoglia obiezione e a convincerla a mettere per iscritto quanto dichiarato.
Come far capire, a lei e tanti altri, che il mio titolo è frutto di anni di studio appassionato, di sacrifici, di rinunce, di tasse pagate, di esperienza sul campo, di ricerca scientifica spesso condotta in condizioni estreme e improbabili, di estenuante precariato?
Tutte le volte che ho tentato di spiegare ai miei ignari interlocutori in cosa consista il mestiere di un archeologo, ciò che più mi ha sorpreso, a parte la disinformazione che spesso circola su questa professione, è stato avvertire minaccioso su di me, lo sguardo commiserevole di chi, pur apprezzando gli sforzi di quanti cercano di concretizzare i propri sogni infantili e pur affascinato dalla potenza di una tale passione, non si capacita che si possa o si presuma di vivere di sola archeologia.

Credo sia proprio questo atteggiamento disfattista, disincantato, surrealistico, superficiale che oggi autorizza persino un Ministro della Repubblica ad apostrofare i giovani precari come i “peggiori d’Italia”, senza minimamente preoccuparsi che ciò possa offendere, ancor prima della nostra plurititolata intelligenza, la nostra dignità.
Ed è sempre a causa di questa visione cieca e immorale della realtà odierna che milioni di giovani, che come me gravitano attorno al settore dei beni culturali, non riescono a trovare una benché minima garanzia per il loro futuro professionale, nonostante la laurea, la specializzazione, il dottorato di ricerca, lo studio delle lingue, le esperienze all’estero, la rabbia che li spinge a non mollare e ad andare avanti, se non per sé almeno per i propri figli, ammesso che decidano di metterli al mondo.

In Italia ci sono centinaia, forse migliaia di archeologi, molti dei quali donne.
Sono rimasta stupita anch’io dall’alta percentuale di operatrici dei beni culturali nel nostro Paese, quando, miracoli della moderna tecnologia, mi sono imbattuta, nella rete di facebook, tra le maglie di un gruppo che si chiama “Se non ora quando. Archeologhe che (r)esistono”.
Ad ingrossarne le fila, le quote rosa dell’archeologia italiana, donne abili e caparbie, che in silenzio e con tenacia, come solo le donne a volte sanno fare, stanno portando avanti una battaglia decisiva: difendere l’archeologia e la professionalità delle donne archeologhe in Italia.
Le paladine dell’archeologia italiana, mosse dall’indignazione ancor prima che dalla disperazione, si incontreranno a Siena il 9 e il 10 luglio prossimi, nell’ambito della manifestazione nazionale “Se non ora quando”, prossima tappa di un movimento, tutto al femminile, che dallo scorso 13 febbraio sta cambiando il corso della politica in Italia, sta facendo tremare le frange più maschiliste dell’establishment dominante e sta restituendo alle donne il ruolo di protagoniste attive che ad esse spetta nella società.
A Siena, anche le archeologhe diranno la loro, porteranno le loro storie di vita da cantiere, con la sveglia alle 7.30 di mattina, nessuna garanzia di lavorare per più di qualche settimana al mese, uno stipendio mensile di meno di 1000 euro, contratti a tempo, la ricerca confinata nel fine settimana o peggio di notte, pur di aggiungere qualche pubblicazione al proprio curriculum, i mille lavoretti sottopagati (lezioni private, correzione di bozze, visite guidate, call center) a cui ci si arrende per arrotondare e pesare il meno possibile sulle finanze della famiglia di origine e, perché no, pensare ad un progetto di vita che contempli una casa, dei figli… oltre al lavoro.

A Siena convergeranno anche quelle archeologhe stanche di resistere, che hanno appeso la trowel al chiodo e abbandonato le proprie aspirazioni tra i ruderi di qualche sito archeologico, che nessuno mai conoscerà perché, causa l’assenza di finanziamenti, è stato sepolto sotto la vegetazione o peggio distrutto.
Tutte assieme, unite dalla stessa passione e mosse dallo stesso sentimento di rabbia, le archeologhe italiane proveranno a spiegare, a chi si ostina a non capire, che ruolo esse abbiano nella società moderna e perché sia importante creare un organico ed efficiente mercato del lavoro, con diritti riconosciuti oltre che con doveri, che ruoti attorno alla difesa del patrimonio culturale.
Le archeologhe che (r)esistono il 9 e il 10 luglio, a Siena, tenteranno ancora una volta di smuovere le coscienze assopite di chi pensa che di cultura non si viva e che basti affossarla, mortificarla, offenderla per pareggiare i conti e salvare le sorti di una nazione. Probabilmente, tutto questo fermento non basterà a frenare la deriva culturale del Paese. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare. Se non ora quando?
Intanto, penso che il prossimo anno dovrò rinnovare la mia carta d’identità.
Cosa dirò, alla funzionaria di turno, che mi chiederà quale professione esercito?

Il nostro progetto per Siena
Se non ora quando – blog ufficiale

 

Giovanna Baldasarre

Categorie: archeologhe, denuncia, senonoraquando | Tag: , , , , | 21 commenti

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21 pensieri su “Archeologhe che (r)esistono: le peggiori d’Italia il 9 e 10 luglio a Siena

  1. Enza Elena Spinapolice

    Grazie bel post!resistete ragazze!

  2. ‎”lo sguardo commiserevole di chi, pur apprezzando gli sforzi di quanti cercano di concretizzare i propri sogni infantili e pur affascinato dalla potenza di una tale passione, non si capacita che si possa o si presuma di vivere di sola archeologia.” Credo sia la cosa che più mi faccia intristire e arrabbiare, quando parlo di quello per cui ho lottato, al quale aggiungo “perché perseveri? Evidentemente non è la TUA strada!” solo perché adesso ho difficoltà a trovare lavoro nel nostro ambito…non solo gli estranei, ma spesso anche gli amici non si rendono conto di quanto possano offendere la dignità di chi hanno davanti. Ma noi si va avanti 😉

  3. Massima solidarietà alle archeologhe ed agli archeologi che contendono dispute con i R.U.P. che vogliono pagare gli archeologi meno di un operaio !!!

  4. Francesca

    Sulla mia CI, c’è scritto “archeologa”. Sono andata a rinnovarla insieme a mio marito, che poco prima di me aveva detto anche lui “archeologo”. L’impiegato comunale, stanco e un pò annoiato, ha commentato come mille altri quando sanno che lavoro facciamo: “Ahhh, bello! avrei voluto tanto fare anche io l’archeologo! quando ero al liceo mi piacevano tanto gli egiziani, gli etruschi e i preistorici e….e poi lì con il pennellino eh?”. Non sopporto più tutti quelli che mi ripetono la stessa cosa; tutti volevano fare l’archeologo “lavoro avventuroso…” e chissà perchè poi hanno fatto gli ingegneri, gli avvocati, gli architetti…insomma quei professionisti che sono riconosciuti tali nei diritti e nel compenso e che non devono sempre spiegare quale sia il loro lavoro perchè gli altri lo sanno!
    Io continuo a provarci, ma forse non ho più voglia di spiegare ogni volta che questo è un lavoro, che abbiamo studiato – e tanto – che non è un hobby, che non possiamo essere sostituiti dai “volontari dell’archeologia”, perchè nessuno si farebbe operare dal volontario della chirurgia e nessuno farebbe progettare un ponte al volontario dell’ingegneria!
    Forse ingenua continuo a raccontare che non è voyager, non si aprono le tombe in diretta, non si trovano i tesori d’oro… che il tesoro è la storia, è la terra e, come dicevano i nonni, anche per gli archeologi “la terra è bassa”. Insomma le solite cose, il solito dover spiegare un lavoro che nessuno in realtà conosce e ri-conosce.
    Pur perseverando, sono sempre più stanca e arrabbiata, forse a volte rassegnata quando con le colleghe e i colleghi ci ritroviamo dopo tanti anni a fare questi soliti discorsi…

  5. paola tagliente

    l’impiegato del comune davanti alla mia carta di identità ha chiesto: “archeologo? e dove lavora?” gli rispondo: ” qui, in provincia di lecce!”. Mi guarda come se fossi una matta bollita e arichede: ” e perche? si trova ancora qualche cosa?!”…Bah!

  6. Livia

    Anche sulla mia, da poco rinnovata, c’è il mio lavoro. Anche il mio impiegato era parecchio annoiato e, alla mia dichiarazione, sbuffando e guardando lo schermo dice: “mah…ora guardo, non so se esiste”. Lo trova, finisce di fare tutto e stampa. Me la consegna. E ora, sulla mia CI c’è scritto ArcheologO. Sono contenta di avere la mia professione scritta lì, ma una A non mi sembrava difficile da scrivere.

  7. Roberta

    All’ufficio di collocamento.
    “Laurea in… cosa?” “Laurea specialistica in Archeologia.” “ah….ok….” L’impiegata compila il modulo. “Archeologia…Tipo Alberto Angela???Bello…però, figlia mia, ma non era il caso che facevi l’infermiera?Mia nipote ha subito pigliat o’ post! (trad. dal napoletano “trovato lavoro”) ” “….il sangue m’impressiona – detto tra i denti -” “Perchè?Quando scavi i morti non t’impressioni?”

  8. manu81

    Ciao Giovanna!Parole bellissime, mi sono riconosciuta tremendamente, con una stretta al cuore purtroppo con tanta malinconia. siamo ingabbiate in uno strano destino, ci diamo da fare per riscoprire il passato, la cultura e quindi noi stessi, in un mondo che vede tutto questo come un hobby, un passatempo, un sogno che si faceva da piccoli, ma che poi si è messo in cantina…io quando dico che mestiere faccio, mi sento addosso lo sguardo un po’ caritatevole di chi mi sta parlando: poverina,, ma che lavoro è, pennellino e scheletri??ormai non ci faccio più caso, anche se dentro sento una rabbia…per il pennellino e gli scheletri ho studiato anni, laurea, specializzazione, pubblicazioni e mi sento prendere in giro???ma non mollo, ci ho provato, ho fatto colloqui per altri generi di lavori, ma una vocina in me mi diceva sempre”Ricorda quello che sei e quello che cerchi”.ora sto aspettando uno scavo, nel frattempo insegno e studio i materiali, ma l’archeologia è nel mio dna…dimenticavo, quest’anno mi scade la carta d’identità e cascasse il mondo ma io archeologa me lo faccio mettere…

  9. michela rizzi

    io invece, conoscendo questo tipo di esperienze, sono andata al comune prevenuta e quando mi hanno fatto la domanda ho risposto ‘archeologa, ma scriva disoccupata che è lo stesso’ allora l’impiegato si è illuminato e ha detto ‘no, perchè il suo è il lavoro più bello del mondo e lo devono sapere tutti!’ e nonostante io davvero non volessi perchè scettica sul mio futuro, lui ha fatto di testa sua..almeno la mia è stata un’esperienza positiva!!!

  10. francesco

    che depressione…. mi domando come mai molti di voi abbiate scelto un mestiere bellissimo e alla fine ve ne lamentate sempre. io ho scelto il mio mestiere di archeologo e ricercatore e non lo cambio, qualsiasi sia il giudizio degli altri. inziate e fregarvene anche voi e, ognit anto, datevi delle arie (non verso i colleghi, ma verso coloro che vi parlano di piramidi e pennellini)…e andate avanti.

  11. Qui non si parla di giudizio malevolo sulla nostra professione… qui si ironizza e si stigmatizza.
    Personalmente non mi frega nulla di quello che dicono le persone che incontro quotidianamente e ho sempre proceduto a testa alta e difeso la mia scelta di essere ricercatrice.

    Ma posso lamentarmi della proposta di tariffe di 40 euro lorde al giorno in cantiere, che lede la dignità professionale di TUTTI?
    E dell’impossibilità di avere tutele e del mio mancato diritto alla maternità?

    E’ molto più facile sminuire le parole altrui che criticare costruttivamente.

  12. Alessandra La Fragola

    Io mi sono imposta da una quindicina d’anni perchè scrivessero nella mia C.I. quello che ero e che sono: archeologa. Le prime volte mi dicevano: “non esiste, mi deve dare qualche altra indicazione magari le scriviamo…(e cercava qualcos’altro)..tecnico, bla bla, etc”. Mi reincazzavo e gli dicevo: “se non vuole mettere archeologa allora metta diosccupata perchè tanto questo sono, non ci sono alternative”. E loro di nuovo: “ma no..non sta bene su una carta d’identità!”. Ed io: “perchè nella realtà invece sta bene? Eppure questo sono, scriva scriva!”. O…..alla fine scrissero archeologa con aria perplessa. Era il 1997, e penso di essere stata una delle prime in Italia ad esserci riuscita, non ci credeva nessuno.

  13. Giovanna Baldasarre

    Non mi stupisce che l’unico commento negativo venga da un uomo…le donne nelle loro battaglie difficilmente possono contare su un sostegno maschile e se c’è è di pochi! Probabilmente tu non ti lamenti perché hai la possibilità di condurre il tuo mestiere di archeologo e ricercatore senza problemi di sorta: economici, di tutela, di riconoscimento delle tue capacità e dei tuoi diritti…Se è così sei molto fortunato! Ma sappi che non tutti lo sono, nonostante abbiano una marea di titoli al loro attivo e che, in questa paese, questo mestiere bellissimo (ci mancherebbe altro che non lo sappiamo che è bellissimo) è per pochi, molto pochi. Ed è questa ingiustizia quella contro noi combattiamo!
    Dice bene Astrid: se bisogna criticare, occorre farlo in modo sensato e costruttivo e a ragion veduta aggiungerei…

  14. francesco

    Ci si può lamentare di qualsiasi cosa, ma ormai è chiaro che gli archeologi danno l’idea di un gruppo lamentoso per ogni cosa. Lamentarsi serve, è giustissimo, ma continuare il piagnisteo per ogni cosa serve a poco. Molte persone vivino molto più dignitosamente. Diamoci un tono anche noi. Diamo a vedere che abbiamo dignità. sappiamo usare la testa, sappiamo ragionare, sappiamo costruire. facciamolo, no? Non esiste solo il pianto da tragedia greca.

  15. Giovanna Baldasarre

    Io una dignità ce l’ho, la sto difendendo! E guarda che qui nessuna pagnucola, semmai agiamo, protestiamo e andiamo avanti, sempre e comunque!
    Come si dice dalle mie parti, qui in Puglia, la poesia è nei fatti!!!!

  16. Livia

    Io non mi lamento mai con chi non sa cosa sia il mio lavoro. Semmai provo a spiegare. Nessuno si vergogna o si imbarazza: ci mancherebbe altro! Ho fatto mille altri lavori per poter arrivare alla laurea e poter fare quello che ho scelto -con tutte le difficoltà del caso-e nessuno mi rende felice e completa come quando scavo o studio. E questo da fuori si vede.
    Dovrebbe essere lampante: con questa iniziativa (e con altre in altri ambiti) ci stiamo dando più che un tono. E lo stiamo facendo in modo propositivo. Lo stiamo facendo: se sei qui a leggere dovresti vederlo.
    Gli spazi lasciati a quante hanno voglia di scherzare e raccontare sono belli ed utili, e non fermano l’azione, la supportano.

  17. francesco

    Finalmente qualcosa di bello detto da Livia…brava…almeno non si piange addosso. E voi lo sapete che molti lo fanno.

  18. Florinda

    Anch’io nella mia carta d’identità ho fatto scrivere archeologa e non ho avuto difficoltà. Ci sono stati problemi invece quando andai in banca per aprire il mio primo conto corrente. La prima banca la scartai, bisticciando con il funzionario il quale mi disse che la voce archeologo non esisteva nel suo database e mi chiese se mi poteva mettere tra i geometri! Ho risposto che non avevo nulla contro i geometri, professione di tutto rispetto, ma non era il mio lavoro. Nessune lamentele o piagnistei, ho semplicemente girato le spalle e sono andata in un’altra banca.

  19. elena

    Io non vorrei lasciarlo il mio lavoro….ma se vado avanti di questo passo temo che andrò a chiedere la carità alla chiesa del mio paese….sono stufa di litigare per avere il mio stipendio a fine mese….ovviamente ne passano dai 6 ai 9 prima di vederlo…e se ti arriva tutto, perchè guarda caso ci sono sempre degli ammanchi misteriosi…per non parlare dei contratti che non esistono….ma un albo con un tariffario… possibile che non riusciamo ad ottenerlo? Siamo così tanto una spina nel fianco per lo Stato?

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