Se non inseguo i miei sogni, quando potrò farlo?


 

 

 

 

 

Settembre 1995, segreteria generale dell’Università degli Studi di Palermo, sportello della facoltà di Lettere e Filosofia: il modulo di iscrizione al corso di Conservazione dei Beni Culturali e io.

 

Durante la compilazione del modulo mi sono chiesta se davvero volevo diventare archeologa.
In fondo, avevo scelto un liceo, il linguistico, che mi permetteva di decidere di lavorare senza altri titoli, invece stavo per intraprendere un lungo percorso che non si fermava alla sola laurea quadriennale e poi fortemente specializzato. Anche allora, però, già mi ponevo la domanda: se non inseguo ora i miei sogni, quando potrò farlo? Se non ora, quando?

Non sono stati anni facili dal 1995, come tanti altri miei colleghi ho studiato, scavato e lavorato anche gratuitamente: perché si lavora anche senza essere remunerati).
Ho rinunciato anche a trascorrere le estati al mare con gli amici: sì son facezie
ma a 20 anni non lo sembrano.
A qualche anno dalla laurea ho deciso di provare l’esame di ammissione alla Scuola di Specializzazione in Archeologia a Lecce, l’ho superato.
Son giunta all’esame finale felice di far ancora parte di un folto gruppo di persone che si dedicano alla scienza, alla ricerca.

 

Son passati tanti anni dall’iscrizione all’università, i sogni son sempre gli stessi anche a 34 anni: la passione è lavoro, il lavoro è passione.
In Italia, tuttavia, sembra impossibile fare ciò che si è diventati; durante il periodo di crisi economica sembra più facile fare tagli alla cultura, trattandola come se fosse un ornamento di cui si può fare a meno, dimenticando, come diceva Aristotele, che si tratta sempre di un buon rifugio nella cattiva sorte.
Poi, sembra sempre di più che gli archeologi davvero non esistano, nel nostro paese i liberi professionisti hanno una loro dignità lavorativa anche dinanzi ai non addetti ai lavori. Gli archeologi? No, poi se si è pure donna ci si ritrova a dover “combattere” contro il maschilismo che imperversa nel mondo lavorativo.
Ancora ricordo un operaio che mi lanciò il piccone contro, semplicemente perché non sopportava avere una donna che gli dicesse come lavorare.

 

Luglio 2011, il mio studio, la mia scrivania e il mio computer.

Io persevero, però.
Io non faccio un lavoro, io sono quel lavoro stesso.
Io non faccio l’archeologa, io lo sono!

Così, anche quando amici e conoscenti mi dicono di cambiare lavoro, di cambiare ambito viste le difficoltà, continuo a rispondere con la stessa domanda che mi posi 16 anni fa:
se non inseguo i miei sogni, quando potrò farlo?
Se non ora, quando?

Non sono l’unica donna archeologa che ha deciso di perseverare, di inseguire i propri sogni e di farsi riconoscere dal mondo lavorativo, perché (r)ESISTIAMO! Un gruppo di archeologhe sarà a Siena il 9 e il 10 luglio per l’incontro “Se non ora quando?”, se si è da quelle parti perché non unirsi alle donne che sottolineeranno ancora che ESISTIAMO!

Allora, andate anche voi, pure se non siete archeologi.

Iole Carollo

Categorie: archeologhe, senonoraquando | Tag: , , , | 8 commenti

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8 pensieri su “Se non inseguo i miei sogni, quando potrò farlo?

  1. Giovanna Baldasarre

    Bello! Si, bisogna resistere!!!

  2. maria

    Bello, dobbiamo resistere, e lottare perchè le cose cambino, io non potrò essere dei vostri ma sarò li con lo spirito con il cuore con la testa e con la volontà di dire IO SONO ARCHEOLOGA! ED ESISTO E TU GOVERNO TU SOCIETA’ PRENDI ATTO DELLA MIA PRESENZA , DAI VALORE ALLA MIA PROFESSIONE!

  3. paola

    Brava Iole, è quello che ho sempre cercato di spiegare, anche se sembra incomprensibile: io sono quello che faccio, l’archeologia non è un mezzo per sopravvivere, è qualcosa che connota la nostra identità, ma è proprio questa componente del nostro lavoro che rende più facile sfruttarci.
    pm

  4. non sono archeologa di fatto. ma col cuore mi sento di far parte di questa famiglia. ci sono. e vorrò esserci.

  5. Livia

    Anche in mezzo a mille pensieri al futuro e difficoltà relative so che in effetti corpo e mente non si smuovono: io sono un’archeologa, voglio esserlo e continuare a fare questo lavoro.
    Ci vediamo a Siena 🙂

  6. Brave ragazze! il coraggio di una scelta!

  7. paola

    E direi pure, Iole, a proposito di insofferenze maschili verso un’archeologa che dirige un cantire, magari pure, come più spesso capita, una trinceaccia: ci avete pensato che noi siamo in prima linea sul piano di collisione delle storiche competenze di genere? a me non sono mai capitati operai o capocantiere aggressivi, tutt’altro, ma la percezione della nostra “stranezza” è quasi sempre evidentissima. Spesso viene affrontata con un atteggiamento paternalistico, oppure cameratistico, oppure ossequioso ma menefreghistico (dottore’, ma tanto non ti calcolo, oppure: vabbe’, ti accontento, va’). Insomma, non dico che non sia gestibile, ma sta sempre alla capacità dell’archeologa di instaurare un rapporto che sia il più corretto per ogni situzione: è un problema che i nostri colleghi non devono affrontare. Come al solito, noi dobbiamo lavorare di più e meglio 🙂

    • Come in qualunque campo, dobbiamo faticare due volte e non sempre si ottengono ottimi risultati. Il maschilismo (affiancato spesso dal machismo) è aberrante ed è triste che ci ritroviamo a combattere le stesse battaglie di un secolo fa.
      Io spero sia riconosciuta la professionalità degli archeologi e poi, di conseguenza, quella delle donne archeologhe! 🙂

      Il piccone lanciato è stato un’eccezione, basata sull’antipatia a pelle che lui aveva nei miei confronti perché non era affatto aggressivo con le altre mie colleghe. Quel giorno poi ero proprio su un livello superiore rispetto a lui e credo non abbia tollerato la mia posizione e la mia richiesta di stare attento al crollo (per lui erano solo pietre da togliere subito).

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